L'Istituto "Primo Levi"

 

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L'INTITOLAZIONE DELL'ISTITUTO

Queste in sintesi le motivazioni della scelta

Primo Levi è uno scrittore importante del nostro Novecento, ma la sua testimonianza umana va oltre la grandezza letteraria e diviene di rilievo assoluto: è uno dei pochi sopravvissuti di Auschwitz, è scampato alla Shoah e ha trovato la forza di raccontare questa tremenda esperienza in un libro.

Primo Levi

E poiché i libri sono indistruttibili - l'uomo non può creare nessuna opera che sopravviva ad un libro - questa sua testimonianza non verrà cancellata mai.
Avrebbe potuto urlare il suo dolore, la sua disperazione di fronte all'orrore, ma ha preferito la compostezza di una denuncia tanto più acuminata perché pacata: la ragione opposta all'abumanità.
Non si potranno scordare mai il senso di questa pudica misura e dell'understatement, che saranno un suo abito costante, la ricerca delle parole dette compostamente, quasi sottovoce.


Nella prefazione a "Se questo è un uomo" offre questa giustificazione del libro: "Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che "ogni straniero è nemico".

Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari o incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero.
Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena sta il lager.
Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.
La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo".

Sono parole che suonano di monito anche per l'attualità. Primo Levi ci ha fatto capire, con tono misurato, ma fermo, che l'uomo forse non sa cos'è il bene, ma sa cos'è il male, sa che rifiutarlo gli è possibile, che forse è la sola cosa che può fare. Ha anche detto: "Il dovere di sperare e il dovere di non dimenticare non sono né sinonimi, né contrari, ma possono convivere". Conviene ricordarlo, specie in tempi di disinvolto revisionismo.

Quest'uomo è stato per tutta la vita testimone di umanità: l'odio sembrava non appartenergli, era riuscito a scacciarlo da sé proprio perché l'aveva ingiustamente subito. Ma il suo patimento non è cessato mai; e il silenzio in lui, alla fine, deve essere stato immenso, insopportabile: ma sempre è rimasto fedele a quel suo abito rigoroso, pur nella sconfinata disperazione che lo ha portato a un gesto definitivo. Lui, l'ultimo giustiziato di Auschwitz.

La scuola - con tutte le sue manchevolezze, insufficienze, approssimazioni - resta un luogo vivo, in cui si formano le persone. E' il luogo più indicato per ricordare, perché ricordare è indispensabile.
Se dimentichiamo il passato siamo costretti a riviverlo, perché ciò che è accaduto non sta alle nostre spalle, ma davanti a noi: la nostra storia passata è un futuro che possiamo evitare, se ricordiamo.

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