La cooperativa Aquilone e il gruppo teatrale

 

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La cooperativa Aquilone e il gruppo teatrale

 


La collaborazione tra l'ITC di Sarezzo e la cooperativa "l'Aquilone" di Gardone Valtrompia è giunta al suo terzo anno di vita e al suo terzo "saggio" teatrale.
Dopo gli entusiasmi e le incertezze del primo anno, il 1997-98, anno di "sperimentazione" e di "ricerca" in cui ci si esponeva al rischio di un'autentica convivenza con gli altri e con se stessi, con i propri e altrui problemi, limiti, pregiudizi, timori e paure, in cui si procedeva ad una verifica delle proprie aspettative, capacità e disponibilità, si arrivava ad un primo risultato: il gruppo, l'amalgama, la gioia di vedere la propria fatica concretizzarsi in un "prodotto" da offrire agli altri, nell'attesa di un incontro ancora più vasto e aperto.

STORIA DI UN INCONTRO TRA OBIETTIVI E FINALITA’ DIVERSE MA COMPLEMENTARI

E’ da sette anni che continua la collaborazione tra l’“ITC di Sarezzo”, ora Istituto di Istr. Sup. “Primo Levi”, e il CSE (Centro socio-educativo) di Gardone V.T., unito allo SFA ( Servizio di formazione all’autonomia ) di Ponte Zanano, gestiti entrambi dalla Cooperativa “L’aquilone”.
L’incontro, nato dalla richiesta reciproca di un sempre più forte coinvolgimento, tra gli entusiasmi e le paure dei primi progetti, si è costruito sul confluire di esigenze diverse e complementari.
Da parte degli insegnanti si comprese subito quale opportunità veniva offerta alla scuola. La presenza di ragazzi “speciali”, con più o meno gravi “svantaggi” fisici e mentali, avrebbe costituito per gli allievi un motivo di riflessione e di autoanalisi, un campo di prova per verificare la propria consapevolezza, la propria maturità affettiva, la capacità di relazionarsi in modo autentico anche con chi ci appare “diverso”.
I ragazzi “speciali “ hanno molto da dare sul piano affettivo, ma, nel contempo, richiedono molta attenzione, sensibilità ed ascolto, e ciò educa i loro interlocutori alla responsabilità e alla generosità.
Sul piano più propriamente artistico ed espressivo, la presenza di ragazzi “speciali” si sarebbe rivelata uno stimolo a sperimentare e coltivare le più diverse modalità di comunicazione e di interazione, a tradurre in gesto, azione, parola calda, i discorsi a volte cerebrali con cui la scuola cerca di avvicinare i giovani all’arte e alla letteratura.
In un contesto così difficile, così differenziato per capacità e per modelli, bisognava che le storie, i concetti, i sentimenti, si facessero corpi, cose, sguardi, che il freddo ragionamento, le analisi, le simbologie più o meno complesse, si trasformassero in azioni, tensioni affettive, portando dentro l’essenza del teatro anche coloro che di teatro non conoscevano nulla o quasi nulla; ed erano in molti, soprattutto tra gli allievi.
Da parte degli operatori della cooperativa c’è stata poi l’intuizione che la collaborazione con la scuola, ed in particolare con un istituto medio-superiore, poteva essere molto utile e motivante per i suoi assistiti. I ragazzi, infatti, anche quelli con gli “svantaggi“ più gravi, erano entusiasti di “andare a scuola”, e di andarci “con i grandi”, più o meno loro coetanei; apparivano pieni di aspettative, di voglia di fare; manifestavano il desiderio di un inserimento e di una “visibilità” sempre più forte.
Essi intuivano inoltre che gli insegnanti coinvolti possedevano alcune competenze e caratteristiche particolari che li rendevano adatti alle loro aspettative, visto che la loro passione per la letteratura e per il teatro si traduceva in volontà di operare, di sperimentare linguaggi, di abbattere barriere, mettendo da parte gli intellettualismi e gli schemi interpretativi di cui l’ambiente scolastico è talvolta soffocato.
Rilevavano inoltre la possibilità di valorizzare la personalità e le capacità di ciascuno accelerando il percorso verso una sempre maggiore autonomia.
I problemi che hanno caratterizzato gli inizi di questa attività comune sono stati molti. In primo luogo c’era il bisogno di una più profonda conoscenza reciproca, di un delicato e costante confronto per la progressiva definizione degli obbiettivi e dei ruoli. Poi emergevano le difficoltà nel gestire una serie di problemi relazionali e psicologici complessi, che hanno radici in una cultura apparentemente aperta ed evoluta, ma in realtà condizionata da vecchi e nuovi pregiudizi, da vecchi e nuovi stereotipi. A ciò si univa la preoccupazione che tutti quegli sforzi potessero fallire e che le aspettative dei ragazzi potessero essere deluse.
Poi, passo dopo passo, si è creato un gruppo , un gruppo di adulti (un regista esperto, che coibentasse il tutto, due-tre insegnanti, alcuni socio-educatori), tutti aventi in comune una forte motivazione e una discreta dose di coraggio, e un gruppo di ragazzi sempre più consapevoli, capaci di tramandare anche ai “nuovi” il loro bagaglio di esperienza e di sensibilità, capaci di “star bene insieme”, di “gioire gli uni degli altri”. E questo, indipendentemente da ogni risultato artistico, è stato un successo.

 

 

 

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